La traduzione per il teatro

4 marzo 2016 Traduzione

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La traduzione teatrale, meglio di qualsiasi altra, può mostrare quale sia, per una versione integralmente fedele, l’importanza dei diversi contesti di un enunciato.

Infatti, l’enunciato teatrale è concepito proprio in vista di quei contesti, perché è sempre scritto in funzione di un dato pubblico, che in sé riassume quei contesti e conosce quali situazioni essi esprimano, quasi sempre per allusione: contesto letterario (la tradizione teatrale del paese nel quale l’opera teatrale viene scritta), contesto storico, morale, culturale in senso largo, geografico, storico, contesto dell’intera civiltà presente in ogni punto del testo, sulla scena e in platea.

Questo spiega perché il teatro straniero penetri le culture nazionali più lentamente del resto della letteratura1.

Da Enrico IV fino a Luigi XVI, certo la commedia dell’arte ebbe una sua sala a Parigi, ma vi si recitava in italiano; condizione esplicita, scritta, che giustificava il privilegio sovrano. Per apprezzare quelle recite o bisognava saper l’italiano, o accontentarsi del linguaggio universale della mimica. La Mandragola non ha mai avuto a Parigi il posto che la sua vis comica avrebbe dovuto meritarle; malgrado l’anticlericalismo francese, che pure avrebbe dovuto apprezzarla, compare in repertorio meno di qualsiasi commedia di Čechov; perché per goderla veramente, bisogna conoscere a fondo tutto quel contesto storico-culturale che ogni italiano impara a scuola e nella vita quotidiana.

Shakespeare era, se non conosciuto, almeno misconosciuto e respinto come qualcosa di estraneo alla cultura francese in un’età che pure doveva passare senza difficoltà in Francia tanti altri elementi della cultura inglese: l’ateismo e l’agnosticismo dei moralisti del primo Settecento, la politica, e la stessa letteratura. D’altra parte, il teatro veneziano di Goldoni, pur tradotto a Parigi dall’autore medesimo, non incontrava favore. Né Goethe, né Schiller, né Gogol per molto tempo hanno potuto conoscere all’estero l’immenso successo dovuto all’altezza della loro drammaturgia.

Il teatro, con la sua ricchezza di situazioni che esprimono la vita più immediata e totale di un popolo, rimane a lungo la forma meno adatta all’esportazione.

Si può anche supporre che il teatro sia divenuto un valore culturale internazionale sono nel nostro secolo, grazie all’integrazione culturale resa possibile dal moltiplicarsi di rapide comunicazioni; e pur sempre, all’inizio, con grande lentezza. Dopo la prima guerra mondiale, un decimo degli spettacoli teatrali messi in scena a Parigi erano traduzione, oggi siamo a un quarto del totale.

Tradurre un’opera straniera ha voluto dire e vuol dire ancora oggi vincere tutte le resistenze sorde, inconfessate che una cultura oppone alla penetrazione di un’altra cultura, dal momento in cui non si tratta più di comunicazione puramente intellettuale. E per di più la traduzione teatrale è quasi senza appello, il testo resiste o non resiste alla recitazione; mentre la fortuna di una poesia o di un romanzo è legata alla lenta penetrazione, un settore dopo l’altro, nella calma di ogni successivo giudizio.

Di qui si capisce perché la traduzione teatrale, quando non è scritta per un’edizione scolastica, universitaria o critica, bensì per la recitazione, debba trattare il testo in modo da poter essere considerata tanto un adattamento quanto una traduzione. Prima della fedeltà al vocabolario, alla grammatica, alla sintassi e persino allo stile di ogni singola frase del testo, deve venire la fedeltà a quel che, nel paese d’origine, ha fatto di quell’opera un successo. Bisogna tradurre il valore teatrale prima di preoccuparsi di rendere i valori letterari o poetici, e se fra quello e questi si crea un conflitto, bisognerà scegliere il primo contro i secondi. Come diceva Merimée, bisogna non già tradurre il testo scritto, ma l’opera recitata.

Ecco perché il traduttore di un’opera teatrale farà quasi sempre ricorso ai procedimenti di traduzione meno letteralmente fedeli, a quei procedimenti che Vinay chiama trasposizione, e soprattutto equivalenza2; perché non deve soltanto tradurre enunciati bensì anche contesti e situazioni, in modo che sia possibile comprenderli tanto immediatamente da poterne ridere o piangere.

1 Mounin G., Teoria e storia della traduzione, Einaudi, 2006, p. 153.

2 Mounin G., Teoria e storia della traduzione, Einaudi, 2006, p. 153.