Stilistica e traduzione

4 marzo 2016 Traduzione

Yawpp_logo-3

Per molti anni, i linguisti hanno rivolto tutta la loro attenzione all’analisi dei valori intellettuali e puramente comunicativi dei segni, ed ai rapporti del linguaggio con il pensiero considerato nel suo funzionamento razionale. Tutti parlavano genericamente degli “imponderabili” dell’enunciato, per rendere i quali è necessaria tuttavia una valutazione attenta; oppure parlavano delle famose “sfumature” che sfuggono a qualsiasi analisi e che il fine traduttore riesce ugualmente a cogliere; o ancora del “fiuto” indispensabile ad ogni traduttore letterario. Ed infine queste irriducibili difficoltà venivano classificate sotto la rubrica dei problemi piuttosto nebulosi dello stile.

L’esame scientifico di tali problemi ha avuto inizio quasi nello stesso periodo tanto nella linguistica europea, sotto il nome di stilistica, quanto nella linguistica americana, come aspetto della psicologia behaviorista del linguaggio.

In Europa, né Bréal, né Meillet e neanche Saussure si erano mai preoccupati di sapere come si opera la trasmissione di questi valori soggettivi, emootivi, affettivi, attraverso i quali uno stile esprime soltanto un elemento intellettuale, ma anche la colorazione affettiva presente nell’animo del parlante; e tanto meno si erano dati pena di sapere in che modo il parlante commuova, turbi e incanti il suo ascoltatore o lettore.

Fu Charles Bally a sollevare il problema dell’esistenza di un “linguaggio affettivo” diverso dal “linguaggio intellettuale”1. A Bally, resta un merito storico: quello di aver posto per primo i termini esatti di un problema, lasciando agli altri l’impegno di risolverlo. Al tempo stesso egli rivendicava però lo strumento dello stile come una parte della linguistica e, contraddittoriamente, affermando una netta distinzione tra lingua e stile, tendeva a limitare di nuovo la sua stilistica fino a ridurla ad una semplice retorica sistematica, separata dalla linguistica. Da un lato, Bally, accettava quelle manifestazioni dell’affettività nel linguaggio come dati anteriori alla sua analisi; dall’altro accettava come un dato già acquisito la sua conoscenza psicologica empirica del carattere affettivo di tali manifestazioni.

A partire dal 1921, Edward Sapir, scrive che nel loro insieme le emozioni non hanno facile espressione. Le sfumature enfatiche, l’intonazione, la composizione di frasi, la rapidità e continuità dell’eloquio, tutto ciò esprime di certo una frazione del sentimento e dell’impulso interiore, ma poiché in ultima analisi questi mezzi d’espressione sono solo forme modificate di manifestazioni istintive che l’uomo condivide con gli animali, essi non possono essere considerati parte integrante della concezione culturale del linguaggio, anche se sono inseparabili dalla sua vita. E tale espressione istintiva e di volizione e d’emozione basta, in genere, per i fini della comunicazione2.

Sapir rappresenta una posizione di transizione, poiché riconosce l’esistenza di un senso affettivo delle parole, ma esclude dall’analisi linguistica i problemi che quella constatazione implica.

In Bloomfield invece, questi caratteri affettivi passano in primo piano, sono anzi quelli che giustificano l’impossibilità assoluta di accedere al significato totale di un enunciato. Linguisticamente parlando, questo significato è rappresentato dall’insieme delle situazioni in cui l’enunciato è stato utilizzato e inteso da parte di un dato parlante3.

Bloomfield chiama “denotazione” di un termine il minimum dei tratti oggettivi comuni grazie ai quali si può definire tale termine per tutti i parlanti; mentre definisce “connotazione” di un termine tutti gli altri tratti distintivi del significato che possono essere o non essere aggiunti alla denotazione, essere o no percepiti dall’ascoltatore, essere voluti o non esserlo nell’atto della comunicazione.

La terminologia bloomfeldiana di “connotazione” e di “fattori connotativi” di un termine o di un enunciato ha fatto fortuna, benché oggi sia molto discussa, è entrata decisamente nell’uso corrente.

Certi autori americani, infatti, preferiscono oppore l’uso “referenziale” dei segni all’uso “emotivo”; altri i segni “referenziali” a quelli “evocativi”; altri ancora i segni “informazionali” a quelli “non-cognitivi”; ma la maggior parte ha adottato le espressioni “uso denotativo” e “uso connotativo”.

Naturalmente non è certo che la terminologia bloomfeldiana sia quella decisiva, poiché sotto l’unità di un termine di logica formale dissimula fatti estremamente diversi dal punto di vista dell’analisi linguistica4. Tuttavia, il merito storico di questa terminologia è d’aver costretto la linguistica a considerare come linguistici, e quindi ad analizzarli, fatti che Sapir ancora trascurava. Qualunque sia il nome con cui li si definisce, ed in qualunque settore li si voglia classificare, esistono dei fatti di linguaggio che in un enunciato manifestano l’atteggiamento affettivo del parlante e talvolta dell’ascoltatore di fronte a quello stesso enunciato.

In un testo scritto tale atteggiamento affettivo può essere percepito solo se trascritto in fatti di lingua5.

Come punto di partenza, il traduttore non chiedeva di più: che si riconoscesse il carattere specifico di questo aspetto affettivo nella comunicazione e possibilmente se ne spiegassero le cause, e ciò permetterà forse di trovare dei mezzi di traduzione più razionali del ricorso al fiuto o al talento letterario intuitivo del traduttore.

Al traduttore, quindi, le analisi di Bloomfield dànno la prova e la ragione di tante difficoltà rimaste misteriose, e in particolare di tutte quelle che rendono la poesia “intraducibile”. Ma al tempo stesso, alle già numerose difficoltà prese in esame nell’analisi dei significati, queste analisi ne aggiungono di nuove, che Bloomfield reputa insormontabili in nome della scienza, come i traduttori le intuivano insormontabili in nome dell’esperienza.

1 Bally C., Traité de Stylistique française, 1909, reperibile su https://archive.org/details/traitdestylist02balluoft

2 Sapir E., Language, New York, 1921, reperibile su https://archive.org/details/languageanintrod00sapi

3 Bloomfield L., Literate and illiterate speech, in:American Speech 2, 1927, reperibile su https://www.zotero.org/bohemicus/items/itemKey/84NEN2CT

4 Fatti di alterazione fonetica o fonologica, fatti di espressività (anch’essi fonici), fatti di lessico, di morfologia, di sintassi: tutta la lingua collabora, infatti, all’espressione delle connotazioni.

5 Non è così , invece, per la lingua orale, ove questo atteggiamento affettivo può essere manifestato dalla mimica, dai gesti, dal ritmo del discorso, e da altri modi di espressione intrascrivibili.