Come tradurre?

4 marzo 2016 Traduzione

Yawpp_logo-3

Nel XX secolo la pratica del tradurre è ancora più importante che nel passato.

I primi, Jean-Paul Vinay e Jean Darbelnet, nel 1958, nel loro studio Stylistique comparée du français et de l’anglais1, si situano sul positivo e non sul negativo. Non più “ce qu’il ne faut pas faire” di tutta la precedente storia della traduzione, ma “ce qu’il faut faire”, nel processo unitario della traduzione; essi riassumono i suddetti sette punti.

Tuttavia, queste sette soluzioni non risolvono la questione. Per tradurre, non si potrà spezzettare la realtà, e aumentare le differenze; se la traduzione è incontro e dialogo, nonché la risposta a Babele, essa deve preservare la natura del testo. Le equivalenze pronominali non possono risolvere tutti i problemi; le unità della lingua non sono le stesse dal punto di vista della significazione, anche se “esse possono funzionare nelle stesse situazioni”, secondo John Catford2.

Bisogna probabilmente partire da Roman Jakobson, che ci suggerisce le tre forme di traduzione e le unisce sotto il segno dell’interpretazione.

Yves Bonnefoy non ama tutti questi discorsi complicati, e si fissa sul testo dell’autore, un tesoro da penetrare lentamente per decriptarne tutti i colori, tutti gli argomenti, tutte le tessiture: “le rêve de précision et de rigueur conceptuelles n’aide guère l’esprit qui s’y adonne à prendre au sérieux la dimension oui, en effet, proprement ontologique qui sous-tend la parole et distingue en tout cas la poésie3.

Il traduttore metterà in luce le differenti tappe della funzione traduttiva e della funzione poetica del testo, di non importa quale testo.

Jacques Derrida4 contesta la terza soluzione di Jakobson; egli sottolinea che la traduzione è traduzione tout court, e nello stesso modo è inutile tradurre questa parola (per la riformulazione, Jakobson parla di rewording), perché tutto il mondo la comprende, ovunque.

Per Jean-René Ladmiral, bisogna piuttosto mettere nel contesto l’atto da tradurre: “il s’agit d’autoriser et même d’encourager le traducteur à dissimiler, c’est-à-dire à s’éilogner du connotateur-source (original), pur choisir un connotateur-cible (traduit) qui ne lui est pas rassemblant au plan du signifiant mais qui connote bien le même signifié. (…) Le problème terminologique posé au traducteur ne serait donc qu’un problème de savoir. Mais ce serait un problème excessivement difficile, dont la solution exigerait une connaissance parfaite et encyclopédique de la langue-source5.

Poco a poco, il concetto di interferenza va a penetrare la teoria della traduzione, tra le diverse culture. La traduzione va da una cultura all’altra, e il traduttore deve sincronizzarsi essendo dinamico, così come egli deve lavorare sul piano sincronico. Egli opera a partire dalle funzioni del linguaggio, è sempre all’avanguardia, vede il testo come un repertorio di livelli, sintagmi, morfemi, lessemi, gruppi di parole, combinazioni, modelli, e procede verso un viaggio all’interno di essi. Il traduttore è sempre “IN”, non è mai in periferia6.

Il processo traduttologico non è mai alla lettera, sarà sempre tra il descrittivo ed il programmatico, come tutti i teorici della seconda parte del XX secolo. La questione fondamentale posta dal traduttore è, secondo Eco, di sapere se, traducendo, bisogna portare il lettore a comprendere l’universo culturale dell’autore, o se bisogna trasformare il testo originale adattandolo all’universo culturale del lettore7.

La traduzione è un pericolo e un paradosso. Si parte dall’idea che gli equivalenti sono traducibili, poiché essi sono traducibili su un piano proposizionale; se possiamo tradurre “il pleut” con “piove” in italiano, e “it rains” in inglese, come possiamo tradurre il celebre verso di Paul Verlaine: “Il pleure dans mon coeur comme il pleut sur la ville”?; si potrà certamente tradurre con l’orribile frase “Piange sul mio cuore come piove sulla città”.

Come vediamo, la traduzione va al di là dello stretto quadro linguistico; essa è ermeneutica del testo, poetica, allusione-traduzione, ricreazione, descrizione e prospettiva: niente è facile nella traduzione. La traduzione è universale, come la letteratura e l’arte. Grazie alle ricerche di Henri Menschonnic, noi sappiamo che “traduire un texte est une activité translinguistique comme l’activité d’écriture même d’un texte8, e che se la traduzione di un testo è strutturata-ricevuta come un testo, essa funziona da testo, essa è la scrittura di una lettura-scrittura, avventura storica di un soggetto; mai d’annessione dunque, ma sempre di poetica del testo.

1 Edizione del 1977, Paris, Didier.

2 John Catford, A Linguistic Theory of Translation, Oxford University Press, 1967, p. 49.

3 Il sogno di precisione e di rigore concettuale non aiuta molto lo spirito che si dedica a prendere sul serio la dimensione, sì, in effetti, propriamente ontologica che sottintende la parola e distingue in ogni caso la poesia”. Bonnefoy Y., Sur la traduction poétique, in Steiner, Cahiers de l’Herne, numero diretto da Pierre-Emmanuel Dauzat, Parigi, 2003, p. 208.

4 Derrida J., Des tours de Babel, in Psyché. Invention de l’autre, Paris, Galilée, 1987, p. 203.

5 Bisogna autorizzare e allo stesso tempo incoraggiare il traduttore a dissimilare, cioè ad allontanarsi dalla connotazione-origine (originale), per scegliere una connotazione- arrivo (tradotta) che non gli somigli sul piano del significante ma che connoti bene quello del significato. (…) Il problema terminologico posto al traduttore non sarà che un problema di sapere. Ma ciò sarebbe estremamente difficile, in quanto la soluzione esigerebbe una conoscenza perfetta ed enciclopedica della lingua-origine”. Ladmiral J., Traduire: théorèmes pour la traduction, p.186.

6 Dotoli G., Traduire en français du Moyen-Age au XXe siècle, Hermann, 2010, p. 276.

7 Oseki-Dépré I., Théories et pratiques de la traduction littéraire, Armand Colin, 1999, p. 77.

8 Tradurre un testo è un’attività trans linguistica come l’attività stessa di scrittura di un testo”. Cit. Meschonnic H., Pour la poetique II. Épistemologie de l’écriture. Poétique de la traduction, p. 306.